“IO NON MI SENTO ITALIANO” di TONY COLAPINTO: Recensione di Francesca Mezzatesta.

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TEATRO JOLLY : Via Costantino Domenico , 54 Palermo

“IO NON MI SENTO ITALIANO”

REGIA di TONY COLAPINTO

14 Aprile 2016 ore 21,30

Aiuto Regia Lorenzo Lo Giudice e Fabiola Bologna

Costumi di Francesca Campisi

Fonico Gabriele Fatta

Attori della Shakespeare Theatre Academy :

Chiara Torricelli, Marta Alioto, Carlo Teresi, Paolo Catalano, Arianna Scuteri, Sofia Ciofalo, Salvo Lupo.

Musiche :

Vito Lo Galbo Tastiera

Francesco Bega Basso

Gioel Caronna Violino

 

Recensione a cura di Francesca Mezzatesta (critico dello Spettacolo)

 

Si accendono le luci sulla scena del Teatro Jolly con lo spettacolo teatrale del regista e attore Tony Colapinto: “IO NON MI SENTO ITALIANO”. Un leit motive che, ancora una volta,  per lui, rappresentano   il transfert sincero del Teatro nel mettere in evidenza  l’attualità del “senso” e la rabbia, talvolta mista alla sensibile  partecipazione  contro le ingiustizie e i problemi che affliggono la nostra società o l’individuo. Dall’universale visione a quella più intimistica del  filosofare gaberiano, il suo imprinting interpretativo è un mix di poetica e rivisitazioni musicali e teatrali , tratto da indimenticabili brani di grandi artisti e poeti quali Giorgio Gaber con il suo “testamento  manifesto”, Gabriella Ferri definita da Fellini “una voce, una faccia e una maschera” o  di Alda Merini, nel naufragio del blast scenico che scuote con  “l’amore che fa male”. Un immersione in intramontabili sentimenti e stati d’animo e in quelle sulle anomalie archetipe, coincidono ieri quanto oggi, nel contemporaneo. Da qui la messa a confronto dell’italiano medio, che nello spessore di sentimenti e profondità di pensiero, ci avvolgeranno di emozioni nello spettacolo dall’inizio alla fine . Una enunciazione- contraddizione che già dal titolo, sottolinea  l’essere italiano ,  in bilico alla propria dignità/identità e nel riconoscersi nelle sue bellezze, principi, cultura e rinnegarsi nel “sentirsi di esserlo”. Dalle citazioni al Rinascimento dimenticato, al far spazio a frivoli e scontati  spaghetti e mandolini, in  quella “periferia europea”, dalle improvvise vergogne da cui fuggire o di cui disconoscerne  l’appartenenza! Tony Colapinto  dimostra  nella drammaticità recitativa di riuscire a rendere malinconica anche la sarcastica architettura comunicativa , in frammentario passaggio che attraversa i “locus oscuri” delle responsabilità criminali a quelle occulte ma riconoscibili, sino  alle accomodanti retoriche  offerte dal sistema della consuetudine  sociale tra potere e media. Echeggi verso una politica fatiscente,  come reperti che si rimescolano nel fenomeno del disastro di  una moralità,  che dai vertici è decantata nella banale  focalizzazione verso la popolarità a discapito del talento e dell’onestà e in molti casi anche dall’assenza di umanità.  Dall’inizio il pubblico è invitato allo spettacolo dalla compagnia di mnemonica malinconia dell’incanto circense, dove la luna accompagna il suo carro come un occhio di bue di un palcoscenico, metafora della luce del cammino nella scena della vita, che per l’attore non segna alcuna soglia ne differenza. La coreografica scena iniziale è il fil rouge che sin dall’inizio lega il pubblico al dialogo diretto che squarcia con impeto la quarta parete dagli stessi attori travolgendo  tra incanto teatrale e musicale,  insieme alla sua compagnia bizzarra, giocosa e goliardica momenti chiaroscurali di funzionalità drammatica che appoggiano la base tersa di tensione dall’inizio alla fine colpi di scena. Incastonature di frasi contestuali al messaggio, che denotano l’equilibrio dei contenuti profondi che  vuol trasmettere Tony Colapinto,  ritmati come in un elegante mosaico le performance dei suoi giovani attori di cui si pregia la Shakespeare Theatre Academy , fucina di talenti. Tra questi momenti come nel “tableaux”, egregiamente dipinto dal regista e in cui la scrittrice Alda Merini viene interpretata in un’unica anima attraverso le tre bravissime attrici, che riescono a cogliere nel profondo  il sentimento della commozione. In un unicum di  flusso sinergico, la calda atmosfera  del palpabile amore nel fremito delle passioni dalla sofferenza “ si mescola all’infinito, lasciando leggere i transiti dei vortici  dell’abbandono . Un amore, il suo, scambiato per follia, e che invece è sublime poesia,  che per lei “ risulta migliore  anche se scritta con i sassi sulle ginocchia” invece che le mani legate e negate, della sua scrittura. Tony Colapinto ci accompagna attraverso versi concitati narrando mnemoniche infanzie del mare e irrompe la sacralità defraudata dal sottinteso dramma “della speranza perduta con le tragedie dell’immigrazione”. Non sorvola su nulla, con creatività artistica offerta e realtà che disillude, con la modalità di un Fedro platonico  cerca di “toccare” l’anima  di ogni spettatore per rigenerarla nei suoi discorsi , o risvegliarla pur se in “quella realtà crudele e che fa male” in cui evolve con schiettezza lasciando riflettere. Un taglio poliedrico- espressivo , mai monotono o statico, che con l’eccelsa interpretazione mediata tra l’attore e il cantastorie ripercorre “tante facce della memoria” tenendo testa sulla scena . Uno scambio di ricchezza di significati come in un gioco di specchi, gli vien consegnato il naso rosso del clown in cambio di una valigia , una valigia preziosa la stessa donatagli dal grande cabarettista  : Gustavo Scirè scomparso da pochi giorni e che Tony Colapinto con l’abbassarsi delle luci, sembra salutare ma lasciandoci avvertire ancora sulla scena la sua magica presenza.

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